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Ho bisogno dei vostri sogni

23 May

Ho bisogno dei vostri sogni

Negli ultimi 4 anni ho investito circa 7000 euro in progetti web personali.
Ho lavorato su un sito di jam session, di concorsi letterari, di opinioni, di corsi e seminari e di eventi.
Contati male, avrò recuperato circa metà dei soldi. Spero.
Ma più importante è stata l’esperienza che mi hanno dato questi progetti, che pochi seminari o anni di lavoro avrebbero potuto darmi.
E di queste cose ne parlo con le persone che condividono le mie giornate lavorative, come i ragazzi di FigmentaJay Li.
Così la mia conoscenza diventa merce di scambio.
Chi mi sta accanto impara ed è più predisposto ad accettare il mio prossimo preventivo, ad esempio.
Ma ciò che è più importante è che l’esperienza che racconto passa di bocca in bocca e attraversa tutta l’Inghilterra, tutta l’Italia. Arriva sottoforma di post, twittate, commenti, aggiornamenti di stato, chiacchierate davanti a un cheesburger.
Ma arriva.

Ho investito su temi e progetti che mi interessavano soprattutto a livello personale.
Ma il problema è che ho cominciato tardi: quello che sto facendo adesso lo fanno già i diciottenni americani nel mio settore. Non ho risorse illimitate di denaro. Quindi sbaglierò e imparerò con il ritmo delle mie disponibilità di soldi e tempo.
Non mi basta.
Ho bisogno dei vostri errori.
Della vostra esperienza.
Ho bisogno che cominciate a credere in quello che fate.
Ho bisogno del vostro sogno nel cassetto.
Delle notte insonni.
Del vostro tempo.
Dei vostri soldi.
Ho bisogno di ridere alle vostre spalle per una lezione che avete pagato cara.
Ho bisogno di non fare i vostri stessi errori.
Ho bisogno che cominciate a vivere per le vostre passioni, investire, sbagliare, condividere. Io prometto che farò altrettanto.
Ci vediamo all’arrivo.

Un po’ fricchettone come post, ma ci voleva.

Post ispired by:
Giulio Cora’
Master in Move to entreprise 2.0

Vivere di rendita

15 May

Vivere di rendita

I clienti ti danno lavoro.
Il lavoro ti fa pagare le spese.
Il buon lavoro crea clienti soddisfatti.
Che parlano di te.
E così trovi nuovi clienti.
Sembra poesia.
Eppure da un po’ di tempo è nato un tarlo.
Aspetta un minuto, ti dice, il tarlo.
Finché avrai bisogno di mangiare, avrai bisogno di nuovi clienti.
Finché spenderai energie, notti e talento sui progetti degli altri cosa ti rimarrà in mano? Al massimo un ottimo portfolio da mostrare a nuovi clienti.
Smettila di lavorare per il business, dice. Fai business, dice.
Simpatico, il tarlo.
Ci sono 4 figure lavorative: il dipendente, il freelance, l’imprenditore e chi vive di rendita.
Anche vivere di rendita è un mestiere, intendo quando la costruisci, non quando ce l’hai in partenza.
Costruirsi una rendita significa lavorare duramente per un periodo di tempo ma dopo, dopo, diventerai incorruttibile. Nessun’offerta potrà mai valere una porzione del tuo tempo.
E così comincerai a lavorare solo per passione.
Lavora per passione Robin Good, ad esempio. O almeno, così fa credere.
Non conosco i lati negativi di questa storia, ma di certo è molto, molto interessante, e gli ostacoli per intraprendere una strada del genere sono quasi tutti culturali.
Ci hanno sempre insegnato che il lavoro è fatica, e che bisogna faticare per guadagnare.
E che se guadagni senza faticare allora stai giocando sporco.
Non è più così, dice il tarlo.
Lavorare non è un bel mestiere, dice.
Fa pure lo spiritoso, lui, il tarlo.

Per saperne di più ecco un paio di post da cui ho preso ispirazione:

- Un bel blog americano
- E l’immancabile Robin Good

Quando è il momento di tornare bambini

19 Apr

Quando è il momento di tornare bambini

Su segnalazione di Stefano Bernardi vi invito a seguire il monologo su come trasmettere ai bambini una mentalità imprenditoriale.
E se andate di fretta non perdetevi la presentazione finale qui http://www.youtube.com/watch?v=dCar_sFfEf4#t=19m12s.

Un intervento un po’ sognatore, ma meglio di un vagone di Redbull.

Si nasce imprenditori, e poi si studia per essere dei bravi dipendenti.

È il momento di tornare bambini.

L’arte di lasciare

21 Mar

L’arte di lasciare

Negli ultimi 7 anni ho cambiato città due volte, ho mollato 4 volte un lavoro da dipendente e come libero professionista ho cambiato circa 90 clienti.
Non credo che sia un curriculum di cui vantarsi, ma questo fa di me un vero professionista quando si tratta di lasciarsi alle spalle qualcosa, soprattutto se si tratta di rapporti lavorativi.
Ora: le situazioni che mi hanno portato a cambiare sono state sempre diverse.
Eppure ogni volta notavo che:
- L’ambiente di lavoro opprimente si trasformava in una festa durante le mie ultime settimane lavorative.
- In città spuntavano come funghi amici di vecchia data pronti ad onorare la mia vicina partenza.
- Nelle settimane successive alla mia partenza i clienti mi chiamavano risvegliandosi magicamente dal letargo.
Ho sempre cercato con pochi risultati di cambiare l’ambiente in cui vivevo. E con grande meraviglia i più grandi cambiamenti li ho visti poco prima, durante, o poco dopo la scelta di mollare tutto.
Tante volte mi sono detto: “cambio solo se“.
Solo se riesco ad avere una piccola rendita.
Solo se ho dei contatti nella città di arrivo.
Solo se ho un progetto sicuro in partenza.
Solo se quest’anno riesco a mettere da parte i soldi.
Solo se.
Solo se.
Solo se.
Quando dicevo “solo se”, ho atteso inutilmente.
Quando ho cambiato, ho ottenuto magicamente quello che volevo subito dopo aver cambiato, non prima.
Questo è successo sempre.
Non qualche volta.
Non spesso.
Sempre.
Non continuo con la morale.
Non voglio fare il guru della situazione. È un semplice resoconto statistico.
A questo punto mi interessa capire se ho avuto semplicemente culo, oppure anche a voi è capitata la stessa cosa.
Se è vera la seconda, allora per favore, ditelo.
Abbiamo tutti bisogno di avere il coraggio di lasciare.

Il garante della privacy vs Zuckerberg

3 Feb

Il garante della privacy vs Zuckerberg

social networkNeanche a farlo apposta, dopo aver parlato di Facebook e privacy, ecco una perla da parte del garante della protezione dei dati personali, forse in cerca di identità dopo le dichiarazioni di Zuckerberg.

Una fantastica guida all’uso dei social network che vi salverà la vita nell’uso di questi nuovissimi giocattoli chiamati “Faccialibro” e “il mio spazio“.
E così,  con il tipico modo di fare pacifico come nei famosi spot antipirateria, spara degli interrogativi davvero profondi.

A un ragazzo: sei sicuro che le foto e le informazioni che pubblichi ti piaceranno anche tra qualche anno?

A un genitore: hai mai chiesto a tuo figlio se è vittima di cyberbullismo? .

Insomma dubbi mica da niente.

E per finire un bel catalogo dei nuovi termini che potremmo non aver mai sentito.
Termini nuovi. Incomprensibili.
Tocca di nuovo tornare sui banchi di scuola.

Così dovremo imparare termini come uploadare, tag, nickname, privacy (ricordare cos’è non fa mai male) e addirittura l’incomprensibile “chattare”.

Zuckerberg, hai i giorni contati.

La privacy è finita, anzi, non c’è mai stata

27 Jan

La privacy è finita, anzi, non c’è mai stata

facebook privacySi ostinava a remare contro le voci che accusavano Facebook di violazione della privacy. Ma a un certo punto non ce l’ha fatta più.
Si sarà stancato, Mark Zuckerberg.
E invece di mollare tutto, invece di dire: “Avete vinto voi”, ha detto: “La causa per cui vi battete tanto, signori, non vale una cippalippa“.
Più o meno.
A me ’sta cosa mi ha fatto subito pensare alle scuole medie.
Tempi in cui si parlava del mondo che stava cambiando, con una preoccupazione negli occhi dei “grandi” che non riuscivo a decifrare.
Ecco, è esattamente in quel momento che c’insegnarono il concetto di privacy.
Nessuno di noi a quell’età aveva mai avuto problemi del genere, eppure gli insegnanti ne parlavano con un’aria molto seria.
Non ci stavano insegnando semplicemente un concetto, ci trasmettevano la paura di perdere quel concetto.
Bene.
Passano 15 anni, in mezzo c’è la prima edizione del Grande Fratello, le telefonate dei politici, e poi per ultimo Facebook.
Un mondo che è sempre andato nella direzione opposta e tutti però a fare i moralisti: “Eh no, la privacy prima di tutto”.
Poi arriva un 25enne e con una affermazione apre un solco che continuerà ad allargarsi col tempo, e che prima o poi son sicuro diventerà realtà.
Così mi stupisco nel pensare che viviamo secondo regole che esistono solo perché qualcuno se l’è inventate prima, e che saranno rimpiazzate da altre che non saranno “migliori”, ma avranno la sola fortuna di nascere dopo.
E se oggi è toccato alla privacy, domani toccherà al concetto di lavoro, amicizia, amore.
Tutto è rimpiazzabile, e a questo punto spetta solo a noi decidere se subire il cambiamento, o essere i promotori di una parte, anche piccola.
E io, che per tanti anni ho pensato che per cambiare le cose servisse una rivoluzione: macché.
Il cambiamento nasce molto prima, e precisamente quando finisce l’abitudine di fare qualcosa.

Cambiare il mondo, cambiare noi

14 Jan

Cambiare il mondo, cambiare noi

Dove siete.
Aspiranti imprenditori, creativi italiani con voglia di fare e coraggio da vendere.
Mica aspiranti imprenditori e basta. Di quelli ce n’è a palate.
Dove siete.
Per favore datemi la conferma che esistete, che non vi ho solo inventato.
Quelli appassionati, che vedono il futuro, insoddisfatti del presente.
Ci sarà qualcuno rimasto insoddisfatto, no?
Eccheccavolo.
Ai tempi della scuola te ne trovavo quanto ne volevi.
Ma adesso, adesso è diverso.
La voglia di cambiare il mondo è stata spodestata da quella di una casa, una macchina, un matrimonio, uno stipendio, un iphone, un computer, un digitale terrestre, uno Sky, un Mach3.
Diamo in affitto il nostro cervello per 8 ore al giorno, in cambio del raggiungimento, difficile ma molto più concreto, di ognuno dei nostri desideri.
E così quella di cambiare il mondo rimane una voglia confinata a quando eravamo giovani, adolescenti, quindi immaturi.
Da più di un anno ho smesso di scrivere racconti.
Mi fa paura questo. Significa che comincerò presto a desiderare qualcosa, la Wii ad esempio?
Allora no.
Allora apro un nuovo blog e abbandono tutto ciò, il minimo, che mi dava sicurezza qui e ricomincio da zero.
E non metto manco i grassetti a questo post. Tiè.