Ho scoperto che l’organizzatore del meetup italiano qui a Londra, quello che dovrebbe ricreare un’atmosfera italiana, che dovrebbe accogliere gli italiani e farli sentire a casa, ecco, lui.
È inglese.
Allora io gli faccio, ridendo: “Forse perché gli italiani sono troppo pigri per organizzare qualcosa”.
E lui, ridendo “Ah, ah, sì, esatto”.
Secondo voi, chi ha preso per il culo chi? me lo chiedo ancora.
Ho scoperto che qui hanno la fissazione per il cibo fresh, cioè cibo sano, non fritto, qualcosa che non ti fa star male come la maggior parte dei fritti comprati per la strada.
Così ogni volta che tiro fuori qualcosa da mangiare nei picnic sono tutti entusiasmati nel vedere una fresh insalata e un fresh panino con prosciutto e formaggio, una fresh tartina con hemmental, persino un muffin comprato al tesco diventa fresh perché non l’ho comprato al primo fast-food di passaggio ma l’ho saggiamente portato da casa, come se questo processo lo trasformasse in qualcosa di “più sano”.
Ho scoperto che qui il capo è tipicamente l’animatore del gruppo, colui che ha il compito di portare allegria e di formare un team armonioso.
Se non lo fa, rischia pensanti lamentele da parte dei dipendenti o pressioni dal management.
Perché un dipendente contento è un lavoratore più produttivo.
Insomma come in Italia.
Ho scoperto che parte di ciò che noi chiamiamo ipocrisia qui viene intesa come politeness, buona maniera, etichetta.
Quindi per politeness la gente tende a dire sorry anche quando non è colpa sua, sembra entusiasta quando in realtà è annoiata, esprime giudizi positivi per una cosa su cui non ha interesse, ti sorride anche se ce l’ha con te, dice di volerti rivedere anche se spera di non essere mai contattata, dice “Non pensi sia meglio fare così?” e intende “Ti rendi conto della grande cazzata che hai fatto?”.
Una banda di matti.
Scoperte a Londra
Lavorare a San Francisco
Berkeley e i ragazzi della California
Vita nuova, città nuova. First days in San Francisco.
Sulla libertà di uscire in pigiama a Londra
Trasferirsi a Londra: vivi la vita dodgy
America, Inghilterra e il pensiero laterale
Per le strade di Melbourne
Qualcosa in cui credere
Lei non sa chi sono io
Quando è il momento di tornare bambini
Su segnalazione di Stefano Bernardi vi invito a seguire il monologo su come trasmettere ai bambini una mentalità imprenditoriale.
E se andate di fretta non perdetevi la presentazione finale qui http://www.youtube.com/watch?v=dCar_sFfEf4#t=19m12s.
Un intervento un po’ sognatore, ma meglio di un vagone di Redbull.
Si nasce imprenditori, e poi si studia per essere dei bravi dipendenti.
È il momento di tornare bambini.
I meetup di Londra
A Londra vanno molto di moda i meetup, piccole comunità online di persone che si incontrano in tempi e luoghi fisici per fare qualcosa.
Il qualcosa è generalmente un filo conduttore che lega i partecipanti agli incontri: ti piace la pesca, il taglio e cucito, i videogiochi, le passeggiate al parco, il gelato al pistacchio? Per tutto questo (o quasi) c’è un meetup apposta per te, dove potrai trovare persone con i tuoi stessi gusti, passioni, ossessioni e patologie.
Perché questi gruppi sono così popolari a Londra? Facile: città enorme, gente che va e viene continuamente, crisi dei valori come la famiglia e l’amicizia, solitudine.
Ma la vera ciliegina sulla torta è che molti di questi incontri sono a pagamento.
Pagare uno che si fa chiamare “organizzatore di eventi” che ha semplicemente scelto un posto e un orario mi sembra perlomeno discutibile.
Eppure tutti lo fanno.
Anch’io lo faccio.
E il mio motivo personale ce l’ho, ed è: pratico l’inglese e conosco altre culture.
Alla fine anche questo è un servizio.
Anzi, per una manciata di sterline, mi pare quasi quasi economico.
E come un cane che si morde la coda, la solitudine delle persone genera i meetup, che a loro volta generano solitudine: è dura continuare a vedere una persona che hai incontrato in questi eventi al di fuori dal loro contesto.
Perché la maggior parte di loro sono lì alla ricerca forsennata di novità e la tua vita, per quanto possa essere interessante, dopo 5 minuti comincia a puzzare già di vecchio, dopo 10 è molto probabile che il tipo con cui parli stia pensando a quale scusa inventare per chiudere la conversazione e buttarsi nella mischia.
Eppure qualcosa di positivo c’è, ed è l’euforia che trovi in quasi tutti i partecipanti, una gara di approcci, di sguardi, di riuscire a strappare un “Sì, ci rivediamo”, di assaporare per un attimo tante vite così diverse dalla tua, trovare cosa di simile tra te e un cinese che ha magari casualmente scelto la stessa città, lo stesso evento, la stessa serata.
Niente di più grottesco, eppure niente di più affascinante.
Infinite facce, infinite storie. Infinite volte.
Poi torni a casa, e si ricomincia da capo.
Una televisione umana.
5 funghi al giorno e scoppi di salute
Mentre medito su un post sull’alimentazione, mi viene una domanda: secondo gli inglesi 250 grammi di funghi (a solo 1 pound, wow!) dovrebbero bastarmi per cinque giorni?
Per contorno faccio due cheeseburger?
L’arte di lasciare
Negli ultimi 7 anni ho cambiato città due volte, ho mollato 4 volte un lavoro da dipendente e come libero professionista ho cambiato circa 90 clienti.
Non credo che sia un curriculum di cui vantarsi, ma questo fa di me un vero professionista quando si tratta di lasciarsi alle spalle qualcosa, soprattutto se si tratta di rapporti lavorativi.
Ora: le situazioni che mi hanno portato a cambiare sono state sempre diverse.
Eppure ogni volta notavo che:
- L’ambiente di lavoro opprimente si trasformava in una festa durante le mie ultime settimane lavorative.
- In città spuntavano come funghi amici di vecchia data pronti ad onorare la mia vicina partenza.
- Nelle settimane successive alla mia partenza i clienti mi chiamavano risvegliandosi magicamente dal letargo.
Ho sempre cercato con pochi risultati di cambiare l’ambiente in cui vivevo. E con grande meraviglia i più grandi cambiamenti li ho visti poco prima, durante, o poco dopo la scelta di mollare tutto.
Tante volte mi sono detto: “cambio solo se“.
Solo se riesco ad avere una piccola rendita.
Solo se ho dei contatti nella città di arrivo.
Solo se ho un progetto sicuro in partenza.
Solo se quest’anno riesco a mettere da parte i soldi.
Solo se.
Solo se.
Solo se.
Quando dicevo “solo se”, ho atteso inutilmente.
Quando ho cambiato, ho ottenuto magicamente quello che volevo subito dopo aver cambiato, non prima.
Questo è successo sempre.
Non qualche volta.
Non spesso.
Sempre.
Non continuo con la morale.
Non voglio fare il guru della situazione. È un semplice resoconto statistico.
A questo punto mi interessa capire se ho avuto semplicemente culo, oppure anche a voi è capitata la stessa cosa.
Se è vera la seconda, allora per favore, ditelo.
Abbiamo tutti bisogno di avere il coraggio di lasciare.
Un barcamp tutto esaurito
Due brutte notizie in un colpo solo.
La prima: il barcamp a cui volevo andare era a pagamento.
E già un barcamp, che di per sè è una cosa un po’ hippy. A pagamento.
Vabbè.
Ma scoprire che era pure soldout.
La fase di negazione è durata circa 20 minuti di navigazione sfrenata alla ricerca di un biglietto che doveva pur esserci da qualche parte.
Poi è seguita la fase di rassegnazione.
St’inglesi. Cose così.
Poi però l’illuminazione: adesso che ci penso questa cosa potrebbe essere legata alla storia del lavandino inglese, ed è lì che ho cominciato ad apprezzare la mente imprenditoriale di questo popolo.
Ma facciamo un passo indietro, altrimenti non ci capiamo più niente.
Ovunque ti giri, che tu sia bambino o anziano, hai da fare delle scelte, generalmente in poco tempo e che hanno delle grosse ripercussioni nel futuro.
Ti alzi, lavandino: acqua bollente o gelida? certo, potresti anche prendere una bacinella, ammesso che ci entri, ma non hai voglia di farlo tutte le mattine. E quindi: acqua bollente o gelida? è una scelta, stupida, ma che condizionerà i primi 5 minuti mattutini, risveglio con o senza ghiaccio, spetta solo a te.
Esci e prendi il bus: entri e paghi 1 sterlina. Hai dimenticato di ricaricare la Oyster? non c’è problema, 2 sterline. Hai sbagliato fermata? non c’è problema, risali sull’autobus, 1 sterlina.
Prendi la metro, paghi quando la usi o soltanto 30 sterline a settimana?
È tutto possibile, l’importante è decidere, sapendo che ogni svista o cambiamento di idea, qui la paghi, in termini di tempo e di denaro.
Vuoi partecipare a una non-conferenza non-organizzata altrimenti detta barcamp? Non c’è problema, basta che paghi, e pure molto in anticipo, altrimenti ti fregano il posto.
Allora ecco che tutto torna.
La scelta dell’acqua la mattina, l’autobus, la metro, il barcamp: qui la gente è allenata a prendere quotidianamente decisioni.
Se non si adegua, probabilmente perderà molti soldi o molto tempo. Ed ecco perché va a finire che noi li giudichiamo rigidi, e loro ci trovano poco disciplinati.
Ecco perché in loro nasce uno spirito individualista e imprenditoriale che a quasi tutti i giovani italiani manca.
Ed ecco com’è che non sono più andato a ‘sto barcamp, mannaggia li pescetti.
Il primo evento di networking a Londra

Tra i lavori che mi arrivano dall’Italia, tra la ricerca di una stanza considerata di gran lusso qui a Londra (che non sia ricavata da una falegnameria, che abbia una finestra, che abbia un armadio dove mettere la roba, che la porta non sbatti contro quella del vicino… cose così), sono anche riuscito ad andare ad un evento di networking, il Social Media Monday.
Che uno ad un evento di social media si aspetta di trovare gente appassionata del web dalle più svariate professioni.
Almeno io pensavo così.
Ingenuo.
Mentre in Italia questa professione è inesistente, mi ritrovo in mezzo a un dibattito degno di un Ballarò su Raitre, con gente appassionata e infervorata, ma che composta alza la manina prima di dire la sua.
Uno alza la mano, aspetta un po’, poi quando è il suo turno dice “Ehi, dov’è il ragazzo dietro al bancone, voglio una birra”.
Gli altri ridono, e mi viene in mente quando il mio compagno di volo durante il viaggio Roma-Londra mi aveva parlato degli inglesi e della loro insuperabile ironia che li contraddistingue.
Un malloppone di 1 ora e mezza sul perché linkedin, perché facebook, perché twitter, poi un cheesburger, e poi di nuovo quando linkedin, quando facebook, quando twitter, tra quarant’enni attempati che fanno questo nella vita: i social media marketer.
E poi un italiano che entra, mi saluta, e nel momento stesso in cui lo fa capisco subito che è italiano, perché non noti l’inespressività degli inglesi finché non gli metti accanto un italiano.
E quindi ci salutiamo, ci stringiamo la mano, facciamo a gara a chi pronuncia meglio “naistomiitiu”, viene invitato a sedersi accanto a me e insieme pensiamo: “cazzo, un italiano”.
Il lancio di una web startup internazionale
Uno degli aspetti positivi di Facebook è stato il moltiplicarsi degli eventi pubblicati online. Il concetto stesso di evento è cambiato: “evento” non è più uno spettacolo organizzato per un pubblico, evento è tutto ciò che si fa, a un certo orario, con un certo numero di persone: una partita di calcio tra amici, una festa di compleanno, una presentazione di un libro.
E così Facebook nel giro di pochi mesi si è trasformato nella più grande piattaforma di eventi, o meglio di microeventi, senza nemmeno pretendere di avere degli strumenti di gestione e di ricerca paragonabili ai concorrenti come Eventful.
Eppure, colpo di scena: ad oggi i post che iniziano con www.facebook.com/event.php?eid (l’url con la quale cominciano tutti gli eventi di Facebook) sono 22.200.000.
Un enormità.
Upcoming di Yahoo arriva a poco più della metà.
Così nasce la mia nuova idea.
www.facebookallevents.com vorrebbe unire i numeri di Facebook con i vantaggi di una piattaforma in grado di gestire meglio la ricerca e l’indicizzazione degli eventi.
Il sito è ancora in lavorazione e ne avrà ancora per un mesetto, ma la cosa che più mi ha colpito è stato il livello di accoglienza del pubblico americano al lancio del sito, avvenuto qualche giorno fa.
Che proprio di lancio non si può parlare: avevo solo messo un link su uno dei tanti siti di vetrina di startup.
Nel giro di 24 ore il sito è stato recensito da killerstartup.com e ottenuto una trentina di twitterate. In un giorno, senza alcuna promozione, 150 visite.
Sono rimasto a bocca aperta.
Dopo una simile accoglienza, paragonata ai tanti sacrifici per spingere siti italiani, chi ha ancora voglia di perdere tempo a rincorrere un mercato nazionale che fa così fatica ad accettare nuovi servizi web?
Aperitivo business con Upstart Drink
Ieri serata entusiasmante con i ragazzi di Geek Agenda, tra una salsiccia e una birra abbiamo parlato del prossimo evento di networking firmato appunto UpstartRoma e GeekAgenda, dei nostri obiettivi a lungo termine, dell’università italiana, del futuro dell’innovazione in Italia e ovviamente di tante altre cose che non c’entrano niente e molto meno fighe da scrivere in un blog che vuole parlare di imprenditorialità.
Stavolta si tratta di un aperitivo con annesso speed-meeting, ovvero degli incontri faccia a faccia per un tempo limitato, un gioco che serve ad aumentare le possibilità di conoscere gente all’evento.
Tutti i dettagli dell’evento su www.upstartroma.com.
Ecco le foto su Flickr.
Spero di vedervi lì!








