Si ostinava a remare contro le voci che accusavano Facebook di violazione della privacy. Ma a un certo punto non ce l’ha fatta più.
Si sarà stancato, Mark Zuckerberg.
E invece di mollare tutto, invece di dire: “Avete vinto voi”, ha detto: “La causa per cui vi battete tanto, signori, non vale una cippalippa“.
Più o meno.
A me ‘sta cosa mi ha fatto subito pensare alle scuole medie.
Tempi in cui si parlava del mondo che stava cambiando, con una preoccupazione negli occhi dei “grandi” che non riuscivo a decifrare.
Ecco, è esattamente in quel momento che c’insegnarono il concetto di privacy.
Nessuno di noi a quell’età aveva mai avuto problemi del genere, eppure gli insegnanti ne parlavano con un’aria molto seria.
Non ci stavano insegnando semplicemente un concetto, ci trasmettevano la paura di perdere quel concetto.
Bene.
Passano 15 anni, in mezzo c’è la prima edizione del Grande Fratello, le telefonate dei politici, e poi per ultimo Facebook.
Un mondo che è sempre andato nella direzione opposta e tutti però a fare i moralisti: “Eh no, la privacy prima di tutto”.
Poi arriva un 25enne e con una affermazione apre un solco che continuerà ad allargarsi col tempo, e che prima o poi son sicuro diventerà realtà.
Così mi stupisco nel pensare che viviamo secondo regole che esistono solo perché qualcuno se l’è inventate prima, e che saranno rimpiazzate da altre che non saranno “migliori”, ma avranno la sola fortuna di nascere dopo.
E se oggi è toccato alla privacy, domani toccherà al concetto di lavoro, amicizia, amore.
Tutto è rimpiazzabile, e a questo punto spetta solo a noi decidere se subire il cambiamento, o essere i promotori di una parte, anche piccola.
E io, che per tanti anni ho pensato che per cambiare le cose servisse una rivoluzione: macché.
Il cambiamento nasce molto prima, e precisamente quando finisce l’abitudine di fare qualcosa.

















