
Vado all’università di Berkeley, enormi edifici in mezzo al verde, con ponti di legno e scoiattoli che ti camminano tra le gambe.
Ho appena visto il film “The social network” e letto l’articolo del Tagliaerbe e di Servegnini a proposito delle università americane e la mentalità di questo posto.
Al negozio dell’università respiro un’atmosfera che non riesco a definire.
Tocco le magliette e mi chiedo cosa significa per questi ragazzi andare in una delle università più blasonate al mondo.
Mi immagino nei loro panni, osservo impaurito la pubblicità che mi sprona a diventare qualcuno nella vita.
Un cocktail esplosivo di input mi carica di responsabilità, mi ordina di essere competitivo, il migliore al mondo; e al tempo stesso i progetti e i giochi di squadra che costantemente l’università mi propone mi insegnano ad affidarmi ai miei compagni, a saper collaborare, costruire un team.
Alla fine del percorso o impazzirò o diventerò un grande imprenditore.

Adesso non so voi.
Ma a me tutta questa storia mi risulta completamente nuova.
Non solo, ma questa filosofia mi piace. Mi rende orgoglioso. Non so cos’è, ma mi sento potente, parte di qualcosa, nonostante la mia storia con Berkeley, la California e tutto il resto non c’entri nulla.
Non ho fatto l’università a Pavia, Padova, Pisa, Parma, Piacenza, Perugia. Non so com’è l’atmosfera nelle migliori università italiane.
Ma le lezioni che ho imparato in Italia prima, durante e dopo l’università sono: diffida. Lascia stare. Molla. Non ci credere. È difficile. È rischioso. Non ne vale la pena. Fregalo prima che lo faccia lui. Siamo in guerra. Tutti contro tutti.
Cose così.
Gli anni più potenti della mia vita sprecati a lottare contro forze che volevano il contrario di cui istintivamente ero attratto.
E mi accorgo che anche quando credo di avercela fatta in realtà sto ancora depurandomi faticosamente dalle tossine culturali italiane.
Ma forse sono confuso.
Forse sono solo rinvigorito da una campagna di marketing che ha fatto il suo effetto.
Allora ditemi voi, perché non riesco più ad essere obiettivo.
Quali sono le lezioni che avete imparato vivendo in Italia?
Stavolta niente lettori passivi. Stavolta voglio delle risposte.



















lezioni imparate: non fidarti, ma chi te lo fa fare, il gioco non vale la candela, ma sei sicuro? cercati un lavoro fisso (leggi: PA), qualcuno per imbucarti si trova…
Una lezione imparata, ma non condivisa, è che un posto di lavoro e uno stipendio fisso sono per molti gli unici obiettivi da perseguire nella vita professionale. Pochi hanno voglia di cambiare il mondo. I discorsi rubati in metropolitana dipingono tutti una società paralizzata dalle sue stesse paure, la paura di non arrivare a fine mese, di non poter comprare una casa, di non avere una vecchiaia garantita. Con la paura tuttavia non si produce nulla di nuovo, mentre è prendendo i rischi, tentando ripetutamente, sbagliando, cambiando le proprie stesse regole che si fanno le rivoluzioni, a partire proprio da se stessi. Quindi il consiglio è, per riprendere il tuo post: fallo, ci riuscirai, non è così difficile, di certo è rischioso ma ne vale la pena. Collabora. Siamo in rete ormai. Tutti con tutti.
Qui a pisa pochissimi mesi fà ho avuto modo di toccare con mano il significato delle parole pronunciate dal prof nella famosissima scena del film la meglio gioventù. Dovevo iniziare il periodo di tirocinio e decisi di proporre una mia idea, la risposta fù che nonostante la mia idea fosse qualcosa di interessante non poteva essere approvata in quanto il proponente era uno studente. Andai a parlare personalmente con una prof responsabile e mi confermò che con grande dispiacere non avrebbe potuto fare niente per aiutarmi poichè il regolamento, anche se dalla stessa prof ritenuto sbagliato, non consente ad uno studente di proporre una propria idea. Penso che questo esempio sintetizzi perfettamente la differenza tra il nostro ed altri paesi come gli Stati Uniti. Un potenziale enorme bloccato da un gigantesco muro di gomma fatto di burocrati, dinosauri ed una totale mancanza di fiducia.
senza fiducia in se stessi nei propri mezzi e negli altri non credo si possa andare lontano, e per avere conferma di ciò basta osservare il contesto in cui sono nate tutte le più importanti aziende del tecnologico.
Io sarò sempre grato al mio paese per avermi concesso l’opportunità di studiare ed a molti dei miei prof per avermi fornito un potenziale importante, ma difficilmente potrò rendermi davvero utile in un paese che non ha minimamente fiducia in me e nella stessa formazione che ha contribuito a creare.
Se in certe facoltà si stimolassero gli studenti a tirare fuori delle idee coinvolgendo altri studenti, prof, ricercatori e tecnici di altissimo livello, che non mancano di certo, credo che con investimenti irrisori ci sarebbero dei risultati sicuri. Perchè non si fà? mbè torniamo al discorso della fiducia
Secondo me quello che ti colpisce di questa esperienza è che in USA c’è la condivisa e sentita necessità di formare una classe dirigente e dei centri di eccellenza. Questo non vuol dire che ci riescano sempre ma almeno è una necessità su cui investono.
Poi ci sono decine di università pubbliche, meno note anche negli USA ma noi ci facciamo giustamente impressionare dalle loro università di punta.
Quando ti passerà l’eccitazione, quello che credo ti rimarra è il far parte di un contesto che (nel bene e nel male, con luci e ombre) ha il valore dell’eccellere.
Questo valore in Italia è storicamente lasciato ai singoli di grande talento che riesce a creare ma non fa parte del nostro patrimonio culturale collettivo. Forse certi nostri talenti sono tali proprio perché devono riconoscersi ed emergere con le loro forze, ma è una amara consolazione alla lunga.
Le lezioni imparate vivendo in Italia? E’ semplice.
Sto finendo di frequentare l’università a Rieti (sede distaccata della Sapienza).
- 3 anni di corsi inutili, salvo due o tre, e totalmente slegati dall’informatica (il corso di laurea è Ingegneria Informatica).
- Professori di dubbio valore rimasti a concetti che hanno imparato 30 anni fa.
- Totale disinteresse per nuovi linguaggi e tecnologie.
- Disorganizzazione totale, con corsi annullati all’ultimo minuto e/o ritardi di ore all’inizio di ogni lezione.
- Sede simile ad un lager senza parcheggi, servizi essenziali. Wifi neanche a parlarne, a volte manca anche la corrente.
- Segreteria inesistente, aperta due ore a settimana. E quando riesci a parlarci ti trattano malissimo dicendo che non sanno nulla.
Proprio come Berkeley.
Cosa ho imparato vivendo in Italia? A viaggiare! Ad andare via, a cercarmi nuovi spazi e nuovi stimoli. Eppure spero semore di poter trovare nuovi spazi e nuovi stimoli anche in Italia un giorno!
Caro luca,
io ho imparato in italia che se sai lavorare diventi un mulo pagato 2 lire (per il fieno e le carote).
se sei figlio, fratello, biszio del Don Rodrigo del quartierino o ti porti a letto un tipo 700 (cioè 700 ann, 700 mila euri in banca, 700 rughe etc), non tocchi nulla così non ti si spezza la manicure.
ah e ho imparato a farmi un martini da urlo di consolazione. quello vale?
un saluto
Io a berkeley c’ho studiato. Per un fortunatissimo anno della mia vita e posso assicurare che c’ho che ho imparato lì in un anno vale tutti i miei (molteplici) anni di università et similia in Italia. Sono capitata sul tuo blog un po’ per caso. Anche se non troppo. Sto per finire il dottorato in Italia e la voglia di tornamene a SF è veramente tanta. Purtroppo l’educazione italiana funziona eccome e quindi i timori sono tanti. Sai l’età. Sai, qui ho appena comprato casa con il mio compagno. E comunque una laurea in comunicazione ed un dottorato in sociologia (ed una passione vera per l’accademia che mi porta al sacrificio) dove penso di volere andare? Eppure è proprio lì dove sei tu che vorrei andare. Lasciati invidiare (bonariamente e compevolmente) un po’ che poi torno a sognare.
Hai ragione Luca. ci hanno nutrito per anni con paure e immobilismo, ed ecco il risultato: Università che creano mediocrità e non rispetto, che pensano solo ad autoelogiarsi. Chi vive nell’università italiana pensa di essere tra l’eccellenza del mondo, segno che il prosciutto sugli occhi ha funzionato. Ragazzi di 22, 25, 28, 30 anni che appena trovano il primo posto di lavoro fisso, seppur sottopagato e assolutamente slegato dal loro studio, dai loro sogni, se lo tengono e lì marciscono, infelici. Al mio annuncio di andarmene, di andare fuori, rispondono meglio gli “adulti”, gli “anziani”, quelli dai 50 in su, che ricordano dei nonni emigrati, piuttosto che i giovani e coetanei (“No, ma davvero, e che fai, lasci il lavoro? Almeno parati il culo, chiedi l’aspettativa!”).
Forse quello di Berkeley è solo marketing, ma l’unione dei marketing crea la cultura dove vivi: a noi hanno insegnato la paura e il bunga bunga, a loro insegnano a combattere per diventare i migliori, per essere competitivi, per realizzare i sogni. Yes, they can.
L’Italia mi ha insegnato a pensare che siamo i migliori del mondo, perchè abbiamo il 58% dell’arte, abbiamo una storia incredibile, Dante, la musica classica, e abbiamo punte di eccellenza in ogni materia scientifica con la fuga dei cervelli all’estero. Abbiamo il clima migliore e siamo i più paciocconi, che altro vorresti dalla vita?
Ci sono voluti una volontà di ferro e anni ed anni di vero studio, vera apertura mentale, informazione e critica alla televisione – mezzo di disinformazione di massa assolutistico e becero – per rendermi conto che forse era così 200 anni fa, quando i nobili facevano il Gran Tour nel nostro paese. Ma non è così ora. La favola è finita. Diceva John Lennon che se fosse nato 2000 anni fa, avrebbe vissuto nell’Antica Roma, centro del mondo e dell’Impero. Ora siamo la periferia del nulla.
Io sprono i miei coetanei (ho 28 anni): forza, andate. Da giovanissimi, partite, provate, sperimentate. Solo così, tornando in Italia, forse avremo in futuro una classe dirigente “decente” e non i soliti pagnottisti borghesi infarciti di viagra e con la prostata.
Non facciamoci spegnere dalla paura: Let’s Beat Italy.
Ho letto i precedenti post con grande interesse, e condivido le idee di quasi tutti voi.
Ora tocca a me.
Queste le cose che devo all’italia:
amore e rispetto per i beni culturali,
amore per le belle cose, di conseguenza il buon gusto,
amore per la buona cucina, e come saperla riconoscere,
il valore della famiglia,
le amicizie piu’ profonde che avro’ e che mai avro’.
la creativita’ ed il saper trovare soluzioni e possibilita’ dove gli altri non le vedono.
Grande
Approvo. L’Italia (o meglio, gli italiani) ha tanti (troppi) difetti ma ha anche tante qualità che il resto del mondo se le sogna…il problema è che spesso ci dimentichiamo di puntare prorpio su queste qualità (il che potrebbe aiutare a correggere i difetti) e ci piangiamo addosso lamentandoci per i troppi difetti e non facendo nulla per correggerli..
Sono stato 3 volte a Berkeley in questi ultimi 6 mesi. L’aria che si respira al campus soprattutto nei periodi di festa e’ qualcosa di fantastico e indescrivibile e mi domando dove siano i professori perche’ di vecchi con la barba ne ho visti pochi, forse perche’ li a 25 anni si puo’ essere gia’ professori..chissà.
Comunque ho intenzione di trasferirmi in California e trovare un lavoro nel campo IT (ho una ditta in proprio e lavoro nel campo del VOIP).
In sostanza, mi sento Berkeleyano e non cè costa piu bella che andare a giro con le proprie flipflop e una tazza di cappuccino dello Starbucks
Giusto per raccontare un aneddoto:
Sono nato e cresciuto in un paese sul mare, attraversavo la strada ed arrivavo in spiaggia.
Una domenica prima di un esame scendo in spiaggia alle 18:00 giusto per svagarmi dopo aver studiato tutto il giorno.
Incontro mia cugina che va via e mi dice:”A quest’ora scendi”, io:” si, stavo studiando per un esame”, lei:”ma chi te lo fa fare”
Quando un ragazzo mi chiede quanto sia difficile andare all’università gli dico: “io sinceramente ho lottato più con le persone intorno a me che con gli esami”. Nel mio ambiente sono stato l’unico ad andare all’università, conosco altre situazioni di figli di medici che non hanno mai avuto di questi problemi però, il fatto di pensare che studiare sia una perdita di tempo penso che sia grave e, se anche un film comico ci scherza su, significa che forse non è stato solo un mio problema.
ciao a tutti…sono una ragazza che vorrebbe andare a studiare a berkeley…qndi vorrei chiedervi se qualcuno puo lasciarmi un suo contatto per avere delle info…grz mille in anticipo…ciaociao…
Cosa ho imparato in Italia:
1. cinque lingue (trova un americano che ne sappia più di una. Ci sono, eh, ma li conosco tutti io, che sono miei amici
2. a cucinare e apprezzare la cucina come si sa in pochi paesi
3. a leggere le altre culture, prendere quello che mi serve, lasciare quello che non mi serve
4. a rispettare TUTTE le culture, perché in ciascuna c’è qualcosa che mi serve (e molto che non mi serve). Vale anche per la mia.
5. la fisica teorica, e i fondamenti della fisica soprattutto, che in USA non si insegnano
6. sicuramente molto altro, ma ora non mi viene in mente
di tutto questo faccio troppo poco uso, purtroppo, visto che qui non ci sono occasioni. Questo è il problema, semmai
non sono un bieco quarantenne ne un feroce cinquantenne ma un gentile sessantenne che negli anni 60/70 è fuggito dall’italia perche faceva schifo, come oggi uguale.. ho viaggiato una vita lavorando qua e la nel mondo, lavori belli che mi sono inventato e che rendevano bene a fasi alterne.. sempre sul filo della lama e sempre con tanto, adorato, tempo libero.. speravamo in mondo nuovo che non è arrivato, le crisi economiche ci sono sempre state e i furbi vecchi o giocani ci hanno sempre guadagnato sopra.. bene vi consiglio di non essere furbi anzi trovatevi un ideale che serva al pianeta.. umani, piante, animali, aria, acqua, terra.. credeteci, lavorateci tutta la vita e ne sarete ripagati con una vita felice e tanto benessere
Grazie Gianmario…!!